Il Castellano di Barengo e la Via dei Sette Venti

puntata 3

Fortunatamente nel Cinquecento non vi furono solo epidemie di peste. Anche nel piccolo borgo di Barengo arrivarono i venti del Rinascimento, e già da due secoli era iniziato quel processo culturale che aveva portato all’Umanesimo, ideologia che ridiede fiducia nell’essere umano, esaltandone l’intelligenza, la dignità e le capacità creative, rimettendo l’uomo al centro dell’universo, in armonia con il creato e con Dio. Sia il Rinascimento che l’Umanesimo nacquero a Firenze nelle grandi corti signorili e si propagarono in tutta Europa.

Giovanni Bagnazio da Rasco aveva lavorato sodo per tramutare la sua casa in “ruga nova”, da antico monastero a dimora signorile, seguendo inconsciamente il pensiero umanista. Il nostro Castellano, persona stimata, colta, amministratore e agente dei conti Tornielli in più di quattro comuni, uomo d’arme molto conosciuto nel ducato e dintorni, volle adeguare la “dimora” in Via dei Sette Venti per gli usi che gli erano familiari. Avendo vissuto con nobili per venticinque anni nei castelli di Briona e Barengo, ne aveva acquisito e ormai fatto suo lo stile di vita.

Gli elementi del manufatto del precedente convento del XIII secolo e quelli rinascimentali di inizio 1500 apportati dal Bagnazio si evidenziano ancora distintamente. La prima costruzione è costituita da ciottoli di fiume posti a spina di pesce (opus spicatum) con qualche mattone; in queste pareti più antiche si trovano diverse nicchie poligonali molto profonde, dove forse venivano poste lucerne, candele o oggetti sacri. La seconda tipologia di muratura invece è costruita in soli mattoni, come era d’uso nei castelli e fino ai nostri tempi.

Il Castellano di Barengo restaurò la sua dimora realizzando molti interventi: sopraeleva le stanze a est, in quanto casseri per il foraggio, costruendo muri e ricavando le camere da letto con porte e finestre. Tampona una finestra a doppio arco del XIII secolo, l’oculo sovrastante l’ingresso della chiesetta e chiude con mura lo spazio a chiostro davanti alla stessa, creando una grande stanza “caminata” con doppio camino, una sala da pranzo attigua e fa decorare le pareti delle due stanze con rami d’acanto, frutti e fiori la prima, con animaletti, merli, codirossi, galletti, cardi e grappoli d’uva la seconda.

La terza stanza non viene affrescata perché adibita a cucina, con locali che si estendono a est, attigui agli orti e agli animali da cortile per i rustici. Nella quarta stanza pone un grande camino. Costruisce un ingresso con due archi a tutto tondo e il portone, rafforzando l’esiguo muro con una parete a contrafforte. Sopraeleva e realizza la sua camera da letto con soffitto travato a cassettoni e dipinto. Crea un piccolo ingresso pedonale laterale al portone.

Certo, la liquidazione ricevuta dai Tornielli avrà supportato Giovanni Bagnazio nel realizzare queste opere, ma comunque il costo dei lavori deve essere stato ingentissimo. Cosa pensa di fare quindi il nostro Castellano? Pensa di produrre in abbondanza il suo vino, come d’altra parte sia nobili che rustici, tutti all’epoca a Barengo, usavano fare. Deve quindi realizzare anche una asciutta e idonea cantina e acquistare terreni già vitati.

Due atti notarili testimoniano che il Castellano compra due terre arabili e “ramponate”, cioè con vitigni, in località detta Castagnoli: una da Gio dell’Olmo del fu Ubertino nell’aprile 1490 e l’altra da Gio de Tondino del fu Ubertino nel maggio 1495. L’anno successivo, in agosto, acquista anche un certo terreno in “ruga nova” dove è la sua casa e dove Simone de Tondino abita, confinante da sera con il magnifico Domenico Tornielli e da monte con Rainaldo Tornielli.

Dopo aver acquisito i terreni, riadatta alcuni spazi della dimora per la cura del vino. Sopraeleva la chiesetta preesistente con nuovo tetto coppato e forma la soletta travata, ottenendo una ampia camera da letto al piano superiore; al piano terra amplia l’area, raddoppiandola con un ardito doppio arco centrale, in classico stile castellare, ricavando una grande cantina, asciutta e di temperatura costante. Pavimenta la stessa area coprendo con “cocciopesto” l’antica rizzarda preesistente di ciottoli di fiume del XIII secolo, rendendo la stanza più agibile. Pone un torchio alla sinistra dell’uscita esterna dei locali sulla strada, per migliorare l’agibilità a ricevere l’uva che proviene dalla vendemmia, e attrezza le botti con i loro serizzi di sostegno per la vinificazione e lo stoccaggio del vino.

A questo punto il Castellano di Barengo, con la sua famiglia, può godersi la meritata “Dimora” e dedicarsi alla produzione del suo vino rosso e corposo, adattissimo a inondare il piatto tipico di riso, la paniscia, e la selvaggina. Ma non solo. Da una piccola indagine tra gli abitanti di Barengo, si può constatare l’abitudine diffusa nel tempo di raccogliere i grappoli migliori di Greco novarese (vitigno Erbaluce), uva a bacca bianca, e appenderli (patuà: impicà) con ganci alle travi del soffitto o porli su stuoie per appassirli. Venivano poi consumati a Natale, mentre con la parte residua si otteneva un vino passito “dorato”, dolce, prezioso per formaggi e dessert.

Il Gourmet, edito nel 1961, cita questo vino prodotto e denominato “Barengo” tra i vini tipici d’Italia. Anche il nostro Giovanni Bagnazio fu probabilmente conquistato da quel vino passito, che iniziò egli stesso a produrre. Un nettare di colore dorato, adattissimo — come dicevamo — ai formaggi e ai dessert, e che soprattutto invitava alla meditazione e allo scambio di idee. Si creava con esso una preziosa convivialità goduta al caldo del camino, nell’intimità della dimora del Castellano, dove si ragionava e discuteva sui personaggi e avvenimenti importanti di quegli anni rinascimentali. Il passito scaldava il cuore agli ospiti e apriva la mente ai racconti.

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